La grande bellezza piange lacrime di pioggia sporca.

“Sei stato tu?

E’ stata Roma.”

 

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E’ la pioggia la co-protagonista di Suburra, film di Stefano Sollima, che trascina sul grande schermo l’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini pubblicato nel 2013.

Sollima si è affermato come regista amante delle atmosfere western e noir grazie alla serie Romanzo criminale e Gomorra, altamente apprezzate. Lo stesso De Cataldo ritorna in auge dopo aver firmato il successo della storia della banda della Magliana, di cui i protagonisti di Suburra sono una naturale conseguenza.

Attori italiani, attori che dimostrano grande padronanza del proprio ruolo e diventano figure perfette per quell’incastro cinematografico.

Il rapporto tra mafia, politica e Vaticano è al centro della scacchiera di Suburra. Una scacchiera sporca, cruda, dove i tasselli neri equivalgono alle pozzanghera che la scenografia pone sempre in bella vista, scene di pioggia che si susseguono come se non ci fosse mai il sole nella Roma che affoga nelle sue stesse miserie. I tasselli bianchi invece, quelli che dovrebbero rappresentare il lato buono e giusto delle cose, non esiste.

La carrellata di personaggi di Suburra è manifestazione eclatante di un antieroismo che strappa la carne e corrode fino all’ultimo osso disponibile. A Suburra, come a Roma, nessuno si salva e nessuno può essere salvato.

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L’ultimo esponente della Banda della Magliana, Il Samurai (Claudio Amendola) appare con il viso stanco, provato, i suoi movimenti sono studiati, quasi flemmatici, la sua è una decadenza apparente che sottintende che in quel momento è l’unico a detenere tutto il potere, tutto.

Un Amendola molto apprezzato dai critici, con un piglio inquietante che lo fa apparire strano agli occhi di chi era abituato a vederlo scorrazzare nei Cesaroni. Un Amendola che ha indossato la maschera dell’impassibilità   e della freddezza. La sua figura dovrebbe essere ispirata a Massimo Carminati ma non c’è alcun riferimento nel film come nel romanzo alle vicissitudini di Mafia capitale.

Suburra è solo (mica tanto) il racconto di una settimana che viene definita come il count down verso l’Apocalisse, quella compresa tra il 6  e il 12 novembre 2011 nella quale si giunse alle dimissioni di Silvio Berlusconi.

La visione è quella dettata da un ritmo incalzante, grezzo, quasi poco controllato perché gli attori, con le loro facce e quel dialetto romano insudiciato e sporco del ghetto, si stagliano contro lo schermo e nei loro occhi ci leggi il degrado ma anche il potere e l’assuefazione alle droghe della politica e della fede che diventa chiara espressione che il fango è arrivato fino in Paradiso, anzi no, forse ci è nato.

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I rapporti sbagliati e corrotti tra i vari piani coinvolti si muovono e si intersecano grazie alla presenza di un onorevole, Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino) che si occupa di far passare la legge che deve sostenere il progetto Waterfront, ossia la costituzione su tutto il litorale di Ostia di una sorta di Las Vegas autorizzata. Nell’affare c’entra la politica, la chiesa e Il samurai con tutte le famiglie mafiose che rappresenta.

Eppure il film inizia con una morte che segna inevitabilmente tutto l’andamento della vicenda. Una morte non prevista per overdose di una giovane appena introdotta nel mondo della prostituzione e che ha a  che fare proprio con l’onorevole in questione. Un Favino impeccabile, che poche volte perde il controllo secondo il proprio ruolo e che rappresenta egregiamente la faccia tosta, la corruttibilità e la scelleratezza di una classe politica che si lascia ramificare ovunque, fin dentro le mura della propria istituzione. Lo stesso si può dire della grande ed imperturbabile Chiesa, anche’essa coinvolta e anch’essa pronta a sacrificare la purezza di un ideale di fede in nome di un tornaconto capace di pregare soltanto l’innalzamento della posta in gioco, senza il quale non c’è possibilità di assenso.

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Tra criminali vecchi e nuovi, vendette tra band rivali, spiccano Numero 8 (Alessandro Borghi), che padroneggia tutta Ostia e Manfredi, capo di una banda di zingari criminali, l’altra faccia della criminalità che è tenuta fuori dal progetto fino a quando non si ribella. Sullo sfondo di una città dimenticata, risale l’odore del bagnato e di qualcosa che si sta deturpando, impoverendo, schiacciando.

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Anche uomini apparentemente normali come il PR Sebastiano (Elio Germano), vengono coinvolti in questo gioco che fa morti da tutte le parti, come fa acqua. Ma non perché il film non valga, ci vale tutti gli euro spesi per il cinema e anche di più, molto di più, soprattutto per un finale che non può far altro che lasciare sospesa una storia che inevitabilmente riprenderà, perché è questo ciò che avviene, è questa la preghiera che arriva fino alle stelle. Come dice Il samurai, i cambiamenti ci saranno ma si troverà sempre qualcuno che sarà disposto a collaborare. Eppure oltre la sospensione e il sentore di una storia che non avrà mai fine, il film è capace di mettere un punto, seppur debole e sempre in pericolo di saltare. Un punto che si chiama sacrificio che va a felice braccetto con la morte. Una mossa studiata per far comprendere che non c’è salvezza, ma soprattutto non c’è protezione da Suburra. Suburra è ovunque, Suburra è Roma e Roma è tutto.

La volontà del regista è stata quella di eliminare molti elementi che appartengono al romanzo, come il personaggio del poliziotto mettendo in scena una storia che non ha una controparte. A Suburra non c’è polizia ma solo criminalità, nera, più nera della notte dannata e terribile nella sua efficienza. Non è una cronaca, non è un documentario, nonostante ci sia la base giornalistica propria di Giancarlo De Cataldo, ed è soprattutto una visione allegorica e simbolica di ciò che rappresenta Roma. C’è frenesia, crudezza, malvagità, ci sono i tratti differenti dei vari malavitosi che s’impongono ognuno a modo proprio a contatto con un’atmosfera seriamente apocalittica. Amendola calmo e serio, nei modi e nel parlare, conscio di ciò che accade e di ciò che accadrà. Borghi è l’esempio del criminale tutto nervi e incazzatura, di quello che non sa aspettare, di  quello che salta, piglia  e spara. Poi ci sono gli zingari, che Amendola chiama i cravattari, nonostante abbiano acquisito sempre maggiore potere in città restano relegati ad una dimensione senza rispetto ma solo paura. E’ questo quello che Roma può offrirgli. E il rispetto, quello, chi può averlo? Il samurai è tutto ciò che una città malmenata ma grande nella sua potenza distorta può offrire.

La colonna sonora è tutta incentrata sui M83, (ascolta: OutroWaitMidnight City)  che rendono le atmosfere dei sogni al limite della droga e della follia assassina ma anche di una realtà pensata  e condivisa per fottere Roma e per fottere il mondo. Ci sono momenti di silenzio pieni di promesse, di rabbia e di intese.  Ma l’Apocalisse che giorno dopo giorno si annuncia è l’ennesima metafora di un potere che non può essere stanato, forse soltanto piegato.

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Una Roma indimenticabile, nel cuore pulsante della notte, nelle grida spezzate degli uccisi e di coloro che si chiedono che fine abbia fatto la giustizia. Non cercatela qui, questo posto non è per voi. Tra le strade che si portano addosso i segni della condanna e della disdetta, non c’è vincitore né vittoria. C’è la realtà che ferisce perché è crudele, insidiosa, lasciva. Non c’è nessun angolo in cui si possa respirare un’aria diversa. Sollima con la sua Suburra riesce, ancora di più del romanzo, a trasmettere quell’assenza di aria, quelle mani che ti stringono la gola per cui quando il film è terminato, non riesci a smettere di pensarci. Non riesci a scrollarti di dosso quel bagnato, quell’acqua, quell’eterna bellezza di Roma che adesso piange lacrime di pioggia sporca.

Antonietta Mirra

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2 Comments

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  1. Il cinema italiano sta rialzando la testa.

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