Anime nere: la degenerazione del male.

Anime nere, (Francesco Munzi, 2014), è un film che ha vinto nove David di Donatello nel 2015 e che affronta una delle tematiche più usuali e sfruttate nel cinema e nelle serie Tv: la mafia.

Ci troviamo in Calabria, dove affondano le radici di tre fratelli: Luigi, Rocco e Luciano.
Tre uomini diversi per carattere e in parte anche per ideologia.
Il primo, bassino, tarchiato, dall’aspetto facinoroso e arrogante, è un po’ il capo famiglia. Si occupa del traffico di stupefacenti e vive a Milano.
Rocco, dall’aspetto mingherlino, quasi da professore scolastico, con gli occhiali e lo sguardo serio, è sposato con una donna borghese e vive in una casa per gente decisamente ricca a Milano. Si occupa di camuffare l’attività illecita del fratello.
Infine, c’è Luciano, barba lunga, sguardo sincero, che fa il pastore in Calabria.
Dunque, tre fratelli, tre destini in parte diversi.

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Certo è che quello che si diversifica di più tra tutti è proprio Luciano, l’unico che ha rifiutato la vita da mafioso ed è rimasto in Calabria, con una moglie e un figlio, lontano dal mondo della criminalità.
Purtroppo però, suo figlio Leo, la pensa diversamente.

È proprio lui che odia l’indifferenza e la pacatezza del padre, la sua scelta di tenersi lontano dalla mafia senza prendere una posizione, mentre adora suo zio Luigi e vorrebbe seguire le sue orme.
Per farlo inizia subito, diventando responsabile di un atto vandalico che mette in serio pericolo la sua vita e quella della sua famiglia a causa della vendetta.
Il giovane decide di andare a Milano, sotto l’ala protettiva degli zii.

Intanto il padre cerca di condurre una vita lontano da qualsiasi coinvolgimento violento senza sapere che il figlio ha già deciso cosa vuole fare da grande, andando contro tutti i suoi principi e le sue scelte.
La situazione collassa quando Luigi è costretto a scendere in Calabria e verrà ucciso in un agguato.

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Anime nere, come dice lo stesso titolo, è un film cupo, dove non c’è motivo di sorridere.
Gli attori sono eccellenti nelle loro interpretazioni, a tal punto che si può tranquillamente dire che sono le loro espressioni, i loro volti, a fare l’intero film.

È pur vero che l’azione non manca, ma sembra quasi passare in secondo piano davanti alla maestria recitativa di questi personaggi che con i loro sguardi neri e il loro dialetto assolutamente calabrese, riescono a far toccare con mano allo spettatore la durezza e la violenza di un intero modus operandi, di un mondo duro come la roccia e potente come un Dio.

Gli uomini di questi clan sono gli assoluti protagonisti; ma anche le donne appaiono a sprazzi, in modo particolare la madre dei tre fratelli, la quale, con il suo volto pieno di rughe e la sua disperazione silenziosa, sembra dettare semplicemente con i propri occhi il dolore e la rabbia di una tragedia improvvisa come può essere quella della morte di un figlio.

La violenza è contenuta, non c’è nulla fuori posto.
Le scene sono misurate e il pathos cresce, portando lo spettatore da una visione inizialmente di rodaggio, a un climax che cresce lentamente, scena dopo scena, fino alla catarsi finale.

I dialoghi sono stretti, asciutti, chirurgici. Niente di più e niente di meno viene detto eppure tutto è compreso.
È chiaro il mondo sotterraneo che sottintende queste organizzazioni, i loro valori, i loro doveri e le loro giustizie private.

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La ribellione di un ragazzo ancora giovane diventa l’urlo dopo il quale è impossibile tornare indietro.
Sarà lui la causa e la fine di una tragedia che non renderà quelle anime più nere, bensì svelerà quanto nere siano sempre state, a dispetto di chi credeva ancora nell’innocenza.

Non si può cancellare il male facendo altro male, eppure sarà quello che Luciano tenterà di fare, fallendo miseramente per se stesso e per tutti gli altri.
Come si ripulisce un’anima nera? Non la puoi ripulire perchè questo non è un film sull’ndrangheta, ma su come l’animo umano degenera di fronte al male.
Come si avviluppa del suo sporco cuore e come smette di lottare andando inevitabilmente alla deriva.

Un finale aperto indebolisce un film di tale portata che per la sua precisione chirurgica, per la sua crudezza e per la sua fame di annientamento, meriterebbe una fine più definita, densa e decisa, come lo è l’intera pellicola.

Disponibile su RaiPlay.

VOTO.
Generale: ⭐⭐ ½
Azione: 👊👊👊
Riflessioni: ✏️✏️✏️
Emozioni: ❤️❤️
Suspense: 😮
Consigliato: SI.

locandina

 

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