The Danish Girl: la più alta forma d’amore è rendere liberi anche a costo di incatenarsi.

The Danish Girl è un film che mi ha attratto subito, proprio come una calamita. Non che fossi particolarmente interessata alla storia di un transgender, ma avvertivo nell’aria, già dal trailer, un qualcosa di particolare, così emozionale da avermi subito sfiorato dentro.

Io sono fatta così, basta una parola, un dettaglio, un piccolo particolare che alla vista di molti può sfuggire, per conquistarmi, a volte anche totalmente.

E di totalità posso parlare per quanto riguarda questo film. Una visione immensa, simile a quella di Revenant per la totalità di emozioni provate con una differenza sostanziale: in The Danish Girl è tutto vissuto interiormente con una delicatezza, una sottigliezza che altrove difficilmente è possibile riscontrare.

La storia del primo transgender al mondo, e siamo negli anni 30 in Danimarca, è una storia che racconta di un processo difficile, pungente, capace di ferire continuamente il protagonista, Einar Wegener, interpretato da un  tormentato Eddie Redmayne, anch’egli in corsa per l’Oscar.

Eddie-Redmayne-in-The-Danish-Girl

Come opporsi a questo? La sua interpretazione mi ha lasciata a bocca aperta. Il regista Tom Hooper (Il discorso del re e I Miserabili) sostiene che l’attore è riuscito a mettere fuori senza compromessi la sua parte femminile e io aggiungo che la sua interpretazione è stata la chiara rappresentazione, non di come da un uomo possa venir fuori la donna che c’è il lui, ma come possa venire alla luce una donna, come se non fosse altro che una nascita.

Il significato simbolico di questa affermazione sottintende un elemento molto importante dell’intero film: la lotta interiore del protagonista, sposato, con un lavoro, quello di pittore che lo soddisfa, con una donna accanto che lo ama e che stravede per lui ed è incredibilmente vero anche il contrario. Ma per un caso, un fortuito caso, un giorno Einar si veste da donna per posare per sua moglie, anch’ella pittrice e da allora inizia questa lenta discesa, che sembra condurlo verso una consapevolezza così infernale, da farlo affrontare i demoni più impietosi della sua natura. Appunto, natura. La sua natura è quella di una donna, il suo corpo non gli appartiene e la sua lotta è appena iniziata.

L’arte è una delle protagoniste del film, i colori, dall’arancione al giallo, fino al  rosso. I dipinti stessi, soprattutto quelli di Gerda, che ad un certo punto riesce a trovare il soggetto perfetto dei suoi quadri che la renderanno famosa: Lili. Chi è Lili? E’ il marito Einar nella sua trasformazione verso quella figura e anima femminile che è sempre stata. Come sia possibile tutto questo? Mi sono chiesta. Com’è possibile che un uomo che ama la sua donna, la desidera, con un amore e una passione incommensurabili, riesca a scoprire, piano piano dentro di sé che in fondo la sua natura è quella di una donna? E’ un processo doloroso, stancante, rabbioso, violento, che emargina e ti allontana da tutti ma non allontana Einar da Gerda. E qui tocchiamo il punto focale del film, quello che mi ha toccato  il cuore.

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Una notte come tante, Gerda scopre che Einar indossa una sottana da donna e invece di spaventarsi, di infuriarsi, di chiedere o di scappare, comincia con lui un gioco sottile fatto di seduzione e di accoglienza. Gerda accoglie la diversità di Einar e mentre all’inizio è convinta che sia solo un assecondare i desideri particolari del marito, purtroppo poi si renderà conto che si tratta della Verità. Non è più gioco, anzi non lo è mai stato, le dirà Einar, lui si sente una donna, lui è una donna, unica verità imprescindibile. Da questo momento in poi, in una serie di alti e bassi, Gerda non riuscirà ad abbandonarlo, lo accompagnerà in quel percorso strano e tortuoso fatto di scoperta e di angoscia che condurrà Einar a diventare Lili, il primo uomo a sottoporsi alla chirurgia per trasformare il proprio corpo e diventare a tutti gli effetti una donna.

Di questo film meraviglioso ed intenso fino alle lacrime, non mi ha colpito la storia di Lili, seppur reale, importante, significativa e di alto valore simbolico, per un uomo che ha sfidato il proprio tempo e adesso è un icona per le comunità transgender, giustamente, ma lei, Gerda, questa splendida attrice svedese, Alicia Wikander, che ne interpreta fino alle ossa, fino al sangue che gli scorre nelle vene, la forza, il coraggio, la determinazione e ancor di più l’amore. L’amore, quello puro ed incontaminato, quello che ti porta a rinunciare all’uomo che ami, vederlo trasformarsi in una donna perché è quello che sente dentro di sé, e non abbandonarlo mai, standogli vicino, come se fosse il tuo stesso  respiro.

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Nel film alcune battute mi sono rimaste impresse, in effetti sono tante, come sono tanti i silenzi, accompagnati dagli sguardi e dai gesti. Gerda racconta che la prima volta che ha baciato Einar è come se avesse baciato se stessa. Questa è l’affermazione più intensa, coinvolgente che ci possa essere. Ha baciato il suo stesso corpo e la sua stessa carne, come se fossero un’unica entità, una sola anima, racchiusa in due corpi diversi. Questo è il senso del suo amore per Einar. La totalità dell’appartenenza. Il riconoscersi nell’altro fino alla fine, oltre la stessa morte. Einar ama Gerda, la amerà ancora, anche dopo, anche quando avrà scoperto la sua femminilità, anche quando le dirà che lei è l’unico senso alla sua esistenza. Lei che non lo ha mai abbandonato, lei che ha pianto davanti al marito vestito da donna in cerca di una pace che lei non era più in grado di dargli, lei che ha sofferto in silenzio, la prima ed unica ad averlo ascoltato quando nessuno poteva farlo.

E’ una storia commovente, piena di passione interiore ed esteriore, piena di dolore, lo stesso   che ti dà la forza di rinascere. E’ incredibile che questa storia, sia una storia vera. Una donna come Gerda, in grado di annullare se stessa, bella come il sole, sensuale, enigmatica, dolce, delicata, soffusa, ammaliante, pur di amare, AMARE un altro. Credo che questo sia il vero amore. La storia di Lili dovrebbero conoscerla tutti e non me ne vogliano, non solo per la sua peculiarità e importanza nel campo della lotta sessuale, ma per l’insegnamento, per la musica, la poesia contenuta nei suoi innumerevoli messaggi.

Non so Einar che cosa avrebbe fatto senza Gerda. Senza lei, la sua àncora di salvezza, che lo ha accettato e ha continuato   ad amarlo nonostante tutto. Un amore incondizionato, davvero libero da qualsiasi tipo di catene, lei lo rende libera e s’incatena a quella sofferenza e a quel sentimento che non le darà pace. Sapete cosa vuol dire? Che Gerda decide di soffrire lei per non far soffrire lui. Decide di mettere da parte i suoi sentimenti per permettere al marito di vivere in profondità la sua identità anche se sa di perderlo. Perché Gerda perde Einar nell’esatto instante in cui lui le dirà che Einar non esiste più. O meglio non è mai esistito.

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L’interpretazione di Redmayne è completa, ribelle, sconcertante a tratti, e spesso timida come lo è quella natura sottintesa che rinasce nuovamente e prende finalmente corpo senza essere soppressa. Un personaggio a tutto tondo con una espressività negli occhi in grado di trasmettere oltre le stesse parole e inciderti le emozioni. Alicia Vikander, la dolce Gerda, profonda ma anche fortemente fisica, potente nella sua forza d’animo, incontrastabile in quell’amore che non cede neanche davanti alla resa di quell’evidenza che sta cambiando, mutevole ma non incerta, diventa il senso di tutta la storia. Mi ha commosso e legato ad una consapevolezza. Quanto siamo in grado di amare qualcuno? Fin dove ci spingeremmo? Perché ho sentito molti dire che ucciderebbero per amore, considerando l’omicidio ciò che è più difficile da compiere, più oltraggioso, più amorale, più ingiusto. Eppure c’è qualcosa di più grande di tutto questo. C’è l’amore che accompagna, che sostiene, che si prende cura di chi, non per sua volontà, ma per natura, non può più essere quello che ami, e non per una banale scelta, ma per una condizione esistenziale inoppugnabile.

Ho riflettuto molto e ho capito che non esiste amore più grande di questo. E ne sono rimasta ammaliata, incantata, conquistata totalmente. Ed è bello, per me che leggo tanto di amori meravigliosi, sofferti, grandi ed immensi e bla bla bla, amori che però restano scritti e dunque inventati, sapere che forse, una delle più grandi storie d’amore, sia stata una storia vera, una storia resa ancora più toccante da un finale che sciocca, ma resta nella memoria come esempio, come lotta, come verità, come consapevolezza che la forma più alta d’amore resta sempre una sola: rendere liberi anche a costo di incatenarsi.

Antonietta Mirra

 

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9 Comments

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  1. Grandissimo film! Lui meraviglioso! Storia incredibile!

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  2. Wow Antonietta, mi hai travolta e conquistata lo devo vedere 😉
    Grazie 😘

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  3. Ps: … 🤔 non so se mi hai condizionata, ma voglio conoscere Gerda… Deve essere meravigliosa 😍

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  4. enchantedbybooksblog 19 settembre 2016 — 20:28

    Bellissimo film, ora manxa solo il libro!!!

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