Dark Places: i luoghi oscuri non sono più quelli di una volta.

Dark Places (2015) è un film tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn. Una storia tragica che affonda le sue radici nel più classico dei thriller: quello a base familiare.

Libby è la protagonista, interpretata da Charlize Theron, una ragazza un po’ maschiaccio che vive nella più completa solitudine senza lavorare. Infatti è riuscita a sopravvivere fino a quell’età grazie alle donazioni che negli anni ha ricevuto a causa della tragedia che tempo addietro aveva colpito la sua famiglia. Nel tempo ha anche pubblicato un libro dove ha raccontato per l’ennesima volta quella storia che però non è riuscito a fruttarle quanto necessario. Libby viveva con la madre, due sorelle ed un fratello nel Kansas City. Una famiglia all’apparenza tranquilla turbata solamente dalle voci che circolavano sul fratello Ben, accusato da quattro bambine di essere state molestate e poi offerte all’altare di Satana.

La quiete familiare è scossa da queste accuse e il giovane Ben appare come un adolescente fin troppo turbolento che frequenta compagnie piuttosto discutibili e ha una ragazza più grande di lui, una testa pazza, che vuole convincerlo a tutti i costi a scappare.

Il padre di Libby e dei suoi fratelli appare raramente, è in combutta con la madre ed è dedito alla droga e all’erba. Insomma una figura pressoché inutile che getta ancora più instabilità in un cuore familiare già traballante.

Una notte come tante scoppia la tragedia: qualcuno spara alla madre e alle due sorelle mentre gli unici sopravvissuti sono Ben e Libby.

Cosa è accaduto quella notte?

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Secondo il racconto della piccola sopravvissuta è stato Ben ad uccidere la famiglia, sotto l’influenza di Satana.

Ma è davvero così?

Ritroviamo Libby cresciuta, in una casa fatiscente e alla ricerca disperata di soldi mentre il fratello Ben è finito in carcere e sconta la pena di omicidio multiplo da ben 28 anni.

Un gruppo di esaltati composto da gente normale, detective ed ex poliziotti contatta Libby, chiedendogli di collaborare con loro. Rappresentano il Kill Club ossia un gruppo di persone che si occupano di riaprire i vecchi casi di omicidio, cercando nuove prove e trovando i veri colpevoli dei casi di omicidio più eclatanti. La tragedia di Libby è uno dei casi più misteriosi e curiosi che ci siano, soprattutto perché quelle persone non credono minimamente che sia tato Ben ad uccidere la madre e le sorelle e vogliono l’aiuto di Libby affinchè sia fatta giustizia.

Insomma, una trama certamente intricata, atmosfere oscure e un uso ponderato dell’introspezione psicologica mettono questo thriller a cavallo tra un mistery e un psicologico che a mio pare però, non riesce a bucare lo schermo.

I personaggi sono piatti e non per colpa degli attori ma per una assenza di intensità e di profondità narrativa. Libby è il personaggio principale ma non crea nessuna empatia in chi la guarda, fin dai primi istanti capisci che c’è qualcosa che non va in lei e che potrebbe rivelarsi come una bugiarda.

Certo, quella notte tremenda e sanguinaria, qualcuno ha mentito. Ma se ha mentito Libby, incolpando un fratello innocente perché Ben non ha mai fatto ricorso in appello? Perché è stato per anni in carcere?

Quale segreto si nasconde dietro una storia apparentemente scontata e fin troppo semplice?

Molti sono i personaggi che girano intorno alla tragedia ma lentamente, in un film che dura ben due ore, inutilmente, secondo me, ti rendi conto della verità e alla fine la sorpresa è minima.

Non ci vuole molto a capire che Ben è innocente ma chi è il colpevole?

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Quello che è venuto a mancare è stata la suspense necessaria in questo genere di film e la voglia di scoprire. Allo spettatore non viene data la possibilità di usare gli indizi forniti per crearsi delle ipotesi perché appena vengono fuori già sono spiattellati in rapporto alla verità. I luoghi oscuri sono gli angoli della mente di Libby dove sono conservati i suoi segreti ma non solo quelli relativi a quella notte ma anche della famiglia e dei rapporti che la tenevano in piedi.

Un quadro distorto, per niente armonico, che mette in evidenza come colui che apparentemente è votato al male, è considerato inevitabilmente l’autore del male.

Un film che non stravolge e non coinvolge. Rimane un thriller piuttosto banale, incapace di infondere emozioni né tanto meno il brivido infido della paura.

Seppure c’è qualcosa da scoprire si perde nel ritmo insapore della storia, nella lungaggine dell’esposizione narrativa e nell’inconsistenza dei personaggi che non dicono più delle quattro parole del copione. Mi aspettavo molto ma molto di più, non scherziamo proprio. Questo è il genere di film che dovrebbe lasciarti con il fiato sospeso, senza mostrare la minima pietà ma non c’è niente da fare, persino i luoghi oscuri non sono più quelli di una volta. Ahimè. Calma piatta.

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